Speciale 42
La climatizzazione nelle strutture ospedaliere
20.03.2013
Intervista

Partire da interventi semplici e reinvestire i risparmi per innescare un ciclo virtuoso: la soluzione di AiCARR al problema dell’efficienza energetica negli ospedali

In un periodo in cui la sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale è stata più volte messa in dubbio da diverse parti politiche, mentre bipartisan si pensava ad aumentare le entrate o a diminuire le prestazioni, AiCARR, con un position paper inviato al ministero della salute (Posizione di Aicarr sulla possibilità di risparmio energetico nelle strutture sanitarie esistenti, con particolare riferimento agli ospedali), ha sottolineato come, anche nell’edilizia ospedaliera, si possano risparmiare moltissimi soldi con dei semplici interventi di efficienza energetica e, contemporaneamente, migliorare le condizioni di benessere dei pazienti.

In questa intervista abbiamo chiesto al presidente di AiCARR, Michele Vio, quali potrebbero essere gli interventi utili e come si potrebbe migliorare il patrimonio edilizio del SSN, a costo quasi zero.

Dott. Vio, il vostro Position Paper sulle possibilità di risparmio energetico nelle strutture sanitarie è molto interessante, però spesso queste strutture hanno grossi problemi nel reperire i fondi per la riqualificazione energetica…

«L’idea sostanzialmente è questa: partire da cose molto semplici e relativamente poco costose, per ottenere dei risparmi energetici (e quindi dei risparmi economici), che possano essere reinvestiti per interventi via via più importanti, innescando così un circolo virtuoso.

Tralasciando i casi limite, che in Italia purtroppo abbondano, il primo, importantissimo passo sarebbe quello di capire se i valori che sono stati inseriti nelle norme (per la maggior parte stilate 15 o 20 anni fa) sono ancora attuali. Io penso di no, sia nelle sale operatorie che nelle degenze, i valori di ricambio dell’aria ad esempio sono eccessivi, se pensiamo alle evoluzioni tecnologiche degli ultimi anni. Al di la dei particolari, comunque, il concetto che abbiamo voluto esprimere è molto semplice: in un periodo in cui i costi della sanità diventano sempre più insostenibili, sarebbe meglio tagliare le spese energetiche, piuttosto che tagliare le prestazioni. Sembra incredibile, ma abbiamo stimato il risparmio economico che deriverebbe da questo tipo di interventi e si aggira nell’ordine di qualche decina di milioni l’anno».

Ritenete che la creazione di un fondo a rotazione dedicato, opportunamente controllato potrebbe essere utile?

«Credo che la cosa migliore sarebbe far partire bene il meccanismo delle ESCO (Energy Service Company, sono società che effettuano interventi di efficientamento energetico, Ndr.), istituendo però una sorta di Consob delle ESCO, al fine di tutelare sia il cliente sia le società. Credo infatti che questo meccanismo potrebbe andare benissimo, il problema è che attualmente, così come è concepito il criterio, c’è spazio per fare delle operazioni poco trasparenti».

Verrebbe da dire, come sempre in Italia…

«Si, ci vorrebbe qualcuno in grado di bilanciare gli interessi, perché è ovvio che la esco tende a fare i propri interessi, prima di quelli del proprietario della struttura, in questo caso lo stato. Mi spiego, poniamo che ci siano due soluzioni possibili per l’efficientamento di un ospedale: la prima fa guadagnare molto la esco e fa risparmiare poco all’ospedale; la seconda fa guadagnare poco la ESCO e fa risparmiare molto l’ospedale… La ESCO quale sceglierà secondo lei?».

Spesso nelle strutture ospedaliere si nota l’installazione di mono split autonomi di bassa qualità altamente energivori, quali azioni si potrebbero proporre per ridurre l’installazione di questi sistemi di condizionamento estivo?


«Anzitutto bisognerebbe chiarire che un mono-split non è adatto ad una struttura ospedaliera, perché non è un impianto sufficientemente “pulito”. Non è solo una questione di consumi, pensi a tutto lo sporco che si deposita nei filtri: bisognerebbe cambiarli ogni 15 giorni, ma ovviamente questo non è possibile. Credo si tratti di sistemi installati in una situazione di emergenza, ma mi sembra chiaro che non sono assolutamente adatti alla climatizzazione di ospedali.

Per rispondere alla sua domanda, nella parte dove si svolgono i trattamenti intensivi gli unici impianti adatti sono quelli a tutta aria, che possono essere integrati con il Free Cooling, ovvero sfruttando le temperature esterne: questo sistema, purtroppo ancora poco sfruttato in Italia, può funzionare molto bene e portare risparmi importanti. Nelle degenze invece si possono utilizzare altri sistemi d’impianto, come il radiante a soffitto che, accompagnati con sistemi ad aria possono sicuramente migliorare l’efficienza.

Il problema sono i fondi però: se devo ristrutturare un ospedale o farne uno ex-novo significa che ho già dei fondi a disposizione, ma sui reparti esistenti, è li che bisognerebbe fare qualcosa, ecco che il meccanismo delle ESCO potrebbe essere utile».

Quanto può essere influente avere un dialogo con gli architetti e gli altri progettisti nella costruzione dei nuovi edifici? Mi viene in mente l’esempio dell’ospedale di Mestre: si tende a progettare delle strutture molto moderne, con un grande valore estetico, utilizzando molto vetro e acciaio, ma poi dal punto di vista dell’efficienza energetica...

«La progettazione integrata è un elemento fondamentale: penso si andrà sempre più in quella direzione. Qui in Italia, in particolare, abbiamo un serio problema sull’efficienza energetica nella stagione estiva: sempre per fare l’esempio dell’ospedale di Mestre, le vetrate a sud portano dei benefici nella stagione invernale, perché ovviamente riscaldano gli ambienti con l’irraggiamento solare, ma d’estate portano degli svantaggi enormi e, come abbiamo visto, addirittura delle situazioni di malessere.

Purtroppo in questo periodo si tende a globalizzare le soluzioni architettoniche, dimenticandosi però che il clima non è globalizzato. Degli esempi virtuosi, al contrario, si possono trovare nelle architetture tipiche della nostra penisola, in particolare quelle rurali: se il maso dell’Alto Adige, da un punto di vista architettonico, è diverso dalla masseria pugliese, un motivo ci sarà; è una nostra velleità pensare di costruire lo stesso edificio a Bolzano, a Venezia ad Ancona e a Bari, è una cosa che non sta in piedi…».

Cercando di elevare la qualità delle scelte, ma soprattutto la qualità delle realizzazioni, non sarebbe il caso che l’Enea, o un ente equivalente, facesse dei controlli sui report realizzati dagli Energy Manager interni alle strutture? In modo da stimolare il loro operato?

«Bisognerebbe, secondo me, fare una sorta di contingentazione dei consumi, dove chi consuma meno ottiene tariffe più convenienti e chi invece ha un consumo eccessivo viene “punito” con tariffe più alte, facendo delle correzioni con il clima su base territoriale e stagionale (se c’è un’estate più calda o un inverno più freddo, ad esempio, si possono spostare i parametri di un 10%). Introducendo un meccanismo di questo tipo, tutti sarebbero incentivati a fare meglio. Il progettista bravo riuscirebbe a progettare impianti che restino sotto la soglia, quello meno bravo no, in questo modo si stimolerebbe anche il mercato, costringendo i progettisti a fare degli aggiornamenti più seri. A volte si pensa che un corso di 100 ore possa essere sufficiente, purtroppo non è così».

La vostra analisi sulla normativa attuale rispecchia in maniera lucida e razionale lo stato dell’arte del panorama normativo italiano, la tecnologia e gli obbiettivi europei si stanno però muovendo più velocemente dei normatori, quali consigli date alla politica per cercare di fare un passo in avanti rispetto alla tecnologia e al panorama internazionale?

«Secondo me il problema fondamentale da risolvere riguarda più che altro il modo in cui vengono redatte le norme, la filosofia che sta alla base. Credo che le norme dovrebbero essere prestazionali e non prescrittive, richiedere dei risultati e lasciare che la tecnologia resti una scelta, senza entrare nel merito.

Per fare una norma servono dai 3 ai 4 anni, quindi, va da se che quando esce fotografa una tecnologia già obsoleta, in questo modo si corre il rischio di interrompere lo sviluppo tecnologico e, paradossalmente, si ottiene quindi l’effetto contrario.

A volte questo è anche un problema europeo, non solo italiano. Ad esempio, una norma che rischia di creare dei danni è quella del calcolo dello SCOP, dove si impone una curva prestazionale senza dare indicazioni climatiche esaustive. Creare la curva di un edificio a Venezia sui valori di Strasburgo è come giocarsela ai dadi…».