Focus Dal mondo

12.07.2021

Stop al carbone! L’appello di Carbon Tracker ai 5 paesi asiatici responsabili dell’80% delle nuove centrali a carbone

Nonostante le rinnovabili siano sempre più competitive, in Asia non si rinuncia al carbone
Il rapporto del think tank Carbon Tracker intitolato “Do Not Revive Coal” (che tradotto significa “non rinvigorire il carbone”) dimostra come in Asia continui ad essere pianificata la realizzazione di centrali a carbone, nonostante questo ostacoli il raggiungimento degli obiettivi climatici e di decarbonizzazione stabiliti dall’Accordo di Parigi.

Secondo quanto riportato nell’analisi però, le energie rinnovabili stanno diventando sempre più competitive: gli investimenti nelle rinnovabili battono quelli per il nuovo carbone in tutti i principali mercati quando si confronta l’LCOE (il costo livellato dell’energia) di entrambi, che rappresenta il ricavo medio per unità di elettricità generata necessario a recuperare i costi di costruzione e gestione di un impianto di generazione durante un presunto ciclo di vita finanziaria e di funzionamento.

Ecco perché Carbon Tracker prevede che entro il 2026 le rinnovabili batteranno del 98% il carbone, arrivano al 99% entro il 2030, tenendo conto le attuali normative sull’inquinamento e politiche climatiche e confrontando l’LCOE delle rinnovabili con l’LRMC (il costo marginale di lungo periodo) delle unità a carbone esistenti.

Il rapporto evidenzia che 5 paesi dell’area asiatica, Cina, India, Vietnam, Indonesia e Giappone, che rappresentano il 75% della capacità esistente a carbone e che sono responsabili dell’80% delle nuove centrali a carbone che verranno realizzate a livello globale, una pianificazione che conta in totale 600 nuove unità per una capacità complessiva di più di 300 GW.

La Cina è il maggiore produttore mondiale di energia a carbone, con 1.100 GW di capacità operativa di carbone e un gasdotto da 187 GW. L’India si aggiudica il secondo post, con circa 250 GW di capacità operativa e un gasdotto da 60 GW. Seguono Giappone (45 GW di capacità operativa di energia a carbone) e Vietnam, con 24 GW di potenza operativa attuale ma che ne ha altrettanti in cantiere. Per ultima troviamo l’Indonesia, un paese che dipende molto dall’energia termica che proviene principalmente dal carbone e che ha pianificato progetti per ottenere 24 GW di capacità da questa fonte.

Ma, secondo i dati analizzati, il 92% delle unità a carbone pianificate da questi 5 paesi asiatici sarà antieconomico e potrebbe portare ad uno spreco spropositato di risorse, fino a 150 miliardi di dollari; un conto che verrebbe pagato da consumatori e contribuenti perché in questi paesi vengono applicate sovvenzioni per l’energia che proviene dal carbone, ulteriormente agevolata da una progettazione favorevole del mercato tramite accordi di acquisto di energia e altre forme di sostegno politico.

“Il carbone non ha più senso dal punto di vista finanziario o ambientale Ora i governi dovrebbero creare condizioni di parità che consentano alle rinnovabili di crescere al minimo dei costi, utilizzando gli stimoli del post-COVID come un'opportunità per gettare le basi per un sistema energetico sostenibile". Catharina Hillenbrand Von Der Neyen di Carbon Tracker.

Ecco perché Carbon Tracker nel rapporto che ha pubblicato include delle raccomandazioni per gli investitori e i policy maker coinvolti nella pianificazione delle nuove centrali a carbone:

-tutti i progetti per realizzare nuova capacità di energia a carbone dovrebbero essere annullati per evitare lo spreco di 150 miliardi di dollari;

-sfruttare il periodo post-Covid facendone un’opportunità per iniziare  a pianificare un sistema energetico veramente sostenibile;

-permettere una progettazione di mercato in condizioni di parità per consentire una crescita continua delle rinnovabili al minimo costo;

- specialmente in Asia (ma non solo) i governi dovrebbero resistere alla tentazione di passare dal carbone al gas naturale liquefatto (GNL).