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Cambia l’etichetta energetica, ma è davvero uno strumento utile?

A cura di: Simone Michelotto

Obiettivi di sostenibilità ed efficienza: nascono Ecodesign ed Etichetta energetica

L’origine normativa dell’obbligo di etichettatura energetica e l’approccio introdotto con l’Ecodesign

La Direttiva Quadro Europea sulla Progettazione Ecocompatibile dei Prodotti che impiegano Energia (Erp – Energy Related Products), detta Direttiva Ecodesign (2009/125/EC, che ha sostituito le precedenti 2008/28/CE e 2005/35/EC) è la norma europea che trova origine dal Protocollo di Kyoto. Il trattato internazionale in materia ambientale riguardante il surriscaldamento globale, pubblicato l'11 Dicembre 1997 da più di 180 Paesi, in occasione della Conferenza delle Parti (COP3) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ed entrato in vigore dal 16 Febbraio 2005.

Questa normativa definisce degli standard minimi di rendimento e/o i massimali di consumo dei prodotti che per funzionare impiegano energia, definendo una sorta di obsolescenza ecologica dei prodotti e influenzandone così la loro immissione sul mercato. Essa funziona per misure specifiche relative a determinate categorie (e sottocategorie) di prodotti, che vengono riviste periodicamente per adeguarle alla tecnologia presente sul mercato. Ad ogni revisione viene determinato uno standard di consumo di energia specifico per ciascun apparecchio, via via più restrittivo, per i prodotti immessi nel mercato europeo.

Le misure di attuazione vengono proposte dalla Commissione Europea sulla base di studi preparatori che tengono in considerazione l’importanza dei possibili risparmi legati alla categoria di prodotti, l’evoluzione tecnologica del mercato e il costo stimato per l’implementazione della misura da parte dei produttori.

La Direttiva stabilisce che:
 
“molti prodotti connessi all’energia presentano notevoli potenzialità di miglioramento in termini di riduzione degli impatti ambientali e di risparmio energetico, mediante una progettazione migliore che determina altresì economie per le imprese e gli utilizzatori finali. Oltre ai prodotti che utilizzano, producono, trasferiscono o misurano energia, anche determinati altri prodotti connessi all’energia, compresi materiali da costruzione, quali finestre e materiali isolanti, o alcuni prodotti che utilizzano l’acqua, quali soffioni doccia e rubinetti, potrebbero contribuire ad un notevole risparmio energetico in fase di utilizzazione”;

essa individua il ruolo cruciale della fase progettuale di un prodotto per il conseguimento degli obiettivi preposti:
 
“la progettazione ecologica dei prodotti costituisce un fattore essenziale della strategia comunitaria sulla politica integrata dei prodotti. Quale impostazione preventiva finalizzata all’ottimizzazione delle prestazioni ambientali dei prodotti conservando contemporaneamente le loro qualità di uso, essa presenta nuove ed effettive opportunità per il fabbricante, il consumatore e la società nel suo insieme”.

Gli obiettivi dell’economia circolare sono fortemente connessi alle modalità di progettazione e studio dei beni e degli oggetti.
La disciplina dell’Ecodesign integra, oltre ai normali criteri di progettazione finalizzati agli aspetti estetici, tecnici, ergonomici e funzionali che un prodotto intende soddisfare, anche requisiti e considerazioni ambientali, che devono tener conto delle esternalità ambientali lungo l’intera catena del valore connessa: dall’estrazione delle materie prime sino allo smaltimento finale, incluse le fasi di produzione, distribuzione e consumo.
 
“…è opportuno agire nella fase progettuale del prodotto connesso all’energia, poiché è emerso che è in tale fase che si determina l’inquinamento provocato durante il ciclo di vita del prodotto ed è allora che si impegna la maggior parte dei costi”.

Riflettendo sul prodotto finale non solo in termini di utilizzo ma anche in termini costruttivi, si può notare quante siano le risorse ed i materiali impiegati, considerando che ciascun materiale utilizzato è esso stesso un prodotto industriale, frutto di processi produttivi in cui entrano in campo risorse e materie prime.

Le strategie di ecodesign dei prodotti industriali, pertanto, devono essere applicate anche alle fasi di sviluppo dei materiali, andando ad indagare il modo in cui quest’ultimi possono essere recuperati.
La riduzione, la minimizzazione e l’ottimizzazione del consumo di risorse, così come la prevenzione nella generazione dei rifiuti e degli sprechi lungo l’intero ciclo di vita del bene, sono di fondamentale importanza in un’ottica di efficienza delle risorse. Seguono di pari passo le strategie di estensione della vita utile, le quali mirano ad immettere sul mercato beni pensati per essere più duraturi: prodotti che siano aggiornabili, riparabili e sostituibili, infatti, consente di agire sulla sola parte soggetta ad usura e/o obsolescenza allungando la vita delle parti ancora funzionanti.

La progettazione per chiusura dei cicli implica che risorse e materiali possano continuare ad essere utilizzati oltre la dismissione dei prodotti di cui sono parte, grazie ad attività di recupero, evitando così l’impatto legato allo smaltimento e alla produzione di materiali da risorse vergini o addirittura critiche e/o scarse. Qualora non fosse possibile chiudere perfettamente il ciclo per motivi di costo o di carattere tecnologico, il materiale può essere sottoposto al cosiddetto downgrade, diventando utile in un processo commerciale meno “nobile”, ma comunque superiore al conferimento in discarica o in termovalorizzatore.
In materia di prevenzione degli sprechi, infine, si stanno facendo strada nuovi modelli di business volti alla trasposizione dal concetto di prodotto al concetto di servizio di prodotti, come ad esempio nel caso del pay per performance, di pari passo con la sharing economy che sposta il concetto di possesso a quello di accesso.

Con tali criteri, le finalità della Direttiva prevedevano entro il 2020:
  • la riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990;
  • l’aumento al 20% della quota del consumo energetico totale ricavata da fonti rinnovabili; l’aumento del 20% dell’efficienza energetica rispetto ai livelli indicati nelle proiezioni del 2007;
ponendo inoltre, in materia di efficienza energetica l’obiettivo del + 32,5% entro il 2030 unitamente a una riduzione del 40% delle emissioni di gas serra (percentuale innalzata al 55% nella proposta del Green Deal europeo dello scorso Settembre) per giungere alla neutralità climatica entro il 2050 come proposto dall’Accordo di Parigi nell’ambito della COP21 del Dicembre 2015.
Due dei tre obiettivi 2020 sono stati raggiunti, infatti il rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente dello scorso Dicembre ha giudicato insufficienti gli sforzi sull’efficienza energetica, sottolineando come il consumo finale di energia nell’UE si sia stabilizzato nel 2019 e che solo nove Stati membri (Finlandia, Grecia, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia e Spagna) abbiano conseguito i rispettivi target 2020.