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Nuovi ricorsi internazionali contro il decreto competitività: Italia esposta a probabili risarcimenti miliardari
Nuova ondata di polemiche contro l'art. 26 del DL competitività: la dilazione dei tempi di erogazione degli incentivi al FV contravverrebbe ai trattati energetici europei e alla stessa Costituzione italiana.
Non pare allentarsi la tensione intorno al DL 91/2014, il cosiddetto decreto competitività, in questi giorni in discussione al Senato.
Dopo il botta e risposta tra il viceministro allo Sviluppo Economico, Claudio de Vincenti, e i portavoce di Confindustria, associazioni delle rinnovabili, partiti di maggioranza e Ambasciata britannica a Roma, gli investitori nazionali ed internazionali sono tornati sul piede di guerra, annunciando nuove azioni legali contro i tagli retroattivi al settore fotovoltaico previsti dal decreto taglia-bollette.
Alle già centinaia di investitori appellatisi all’arbitrato internazionale (tra i quali Terra Firma, Next Energy Capital e Solar Ventures, solo per citarne alcuni), invocando risarcimenti miliardari, si è di recente aggiunto un gruppetto ben nutrito di altri 50 operatori del settore, appoggiati dallo studio legale Watson Farley & Williams, specializzato in materia di finanza internazionale.
In particolare, i legali rappresentanti dello studio internazionale contesterebbero l’art. 26 del DL, contenente la norma spalma-incentivi, che prevede una dilazione (da 20 a 24 anni) dei tempi di erogazione delle agevolazioni fiscali, per gli impianti fotovoltaici sopra i 200KW di potenza. L’articolo in questione violerebbe, nello specifico, la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili, e, più in generale, il principio di stabilità dei meccanismi di incentivazione.
Una manovra dal “potenziale distruttivo”, fa sapere ancora il Presidente di AssoRinnovabili, Agostino Re Rebaudengo, non fosse altro per i risarcimenti miliardari ai quali è esposto lo Stato Italiano, tuona dalla Corte Costituzionale il suo Presidente Emerito, Prof. Valerio Onida.
Un rischio quantomeno evitabile, quello riguardante l’insorgenza di eventuali altri contenziosi in seno alla Commissione Europea, e l’erogazione delle relative compensazioni miliardarie, come sottolineato dalla stessa Commissione Bilancio del Senato. Come? Ad esempio, modificando il contenuto degli artt. 26 e 24 (quest’ultimo a discapito dell’autoproduzione di energia), attraverso misure ad hoc che, anziché allontanare gli investitori dal nostro Paese, li attraggano, o, meglio ancora, li trattengano, portando fede ai contratti sottoscritti e dunque dando prova di credibilità e affidabilità dinanzi all’opinione pubblica internazionale, oppure concentrando gli sforzi attuali, anziché sull’elaborazione di normative evidentemente anticostituzionali, per utilizzare adeguatamente i già stanziati fondi europei.
Qualcosa in questo senso pare già essere stato fatto, tanto da essersi di recente raggiunto parere unanime, presso la Commissione Finanze alla Camera: nella risoluzione approvata lo scorso 17 luglio, è stata infatti modificata consensualmente la circolare n. 36/2013 dell’Agenzia delle Entrate, che classificava gli impianti fotovoltaici come beni immobili, e stabiliva l’obbligo di aggiornamento del valore catastale quando questi fossero integrati ad altri beni, incrementandone il valore capitale o redditività di almeno il 15%: la normativa, dichiarata “diseconomica” per il comparto fotovoltaico dalla collettività dei votanti, è stata sostituita da un nuovo regolamento, che alza la soglia della redditività catastale tollerata per gli impianti fotovoltaici al 30%, e la potenza degli stessi per uso familiare fino a 7KW, andando così a mantenere gli incentivi previsti per la produzione di energia pulita domestica.
Dopo il botta e risposta tra il viceministro allo Sviluppo Economico, Claudio de Vincenti, e i portavoce di Confindustria, associazioni delle rinnovabili, partiti di maggioranza e Ambasciata britannica a Roma, gli investitori nazionali ed internazionali sono tornati sul piede di guerra, annunciando nuove azioni legali contro i tagli retroattivi al settore fotovoltaico previsti dal decreto taglia-bollette.
Alle già centinaia di investitori appellatisi all’arbitrato internazionale (tra i quali Terra Firma, Next Energy Capital e Solar Ventures, solo per citarne alcuni), invocando risarcimenti miliardari, si è di recente aggiunto un gruppetto ben nutrito di altri 50 operatori del settore, appoggiati dallo studio legale Watson Farley & Williams, specializzato in materia di finanza internazionale.
In particolare, i legali rappresentanti dello studio internazionale contesterebbero l’art. 26 del DL, contenente la norma spalma-incentivi, che prevede una dilazione (da 20 a 24 anni) dei tempi di erogazione delle agevolazioni fiscali, per gli impianti fotovoltaici sopra i 200KW di potenza. L’articolo in questione violerebbe, nello specifico, la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili, e, più in generale, il principio di stabilità dei meccanismi di incentivazione.
Una manovra dal “potenziale distruttivo”, fa sapere ancora il Presidente di AssoRinnovabili, Agostino Re Rebaudengo, non fosse altro per i risarcimenti miliardari ai quali è esposto lo Stato Italiano, tuona dalla Corte Costituzionale il suo Presidente Emerito, Prof. Valerio Onida.
Un rischio quantomeno evitabile, quello riguardante l’insorgenza di eventuali altri contenziosi in seno alla Commissione Europea, e l’erogazione delle relative compensazioni miliardarie, come sottolineato dalla stessa Commissione Bilancio del Senato. Come? Ad esempio, modificando il contenuto degli artt. 26 e 24 (quest’ultimo a discapito dell’autoproduzione di energia), attraverso misure ad hoc che, anziché allontanare gli investitori dal nostro Paese, li attraggano, o, meglio ancora, li trattengano, portando fede ai contratti sottoscritti e dunque dando prova di credibilità e affidabilità dinanzi all’opinione pubblica internazionale, oppure concentrando gli sforzi attuali, anziché sull’elaborazione di normative evidentemente anticostituzionali, per utilizzare adeguatamente i già stanziati fondi europei.
Qualcosa in questo senso pare già essere stato fatto, tanto da essersi di recente raggiunto parere unanime, presso la Commissione Finanze alla Camera: nella risoluzione approvata lo scorso 17 luglio, è stata infatti modificata consensualmente la circolare n. 36/2013 dell’Agenzia delle Entrate, che classificava gli impianti fotovoltaici come beni immobili, e stabiliva l’obbligo di aggiornamento del valore catastale quando questi fossero integrati ad altri beni, incrementandone il valore capitale o redditività di almeno il 15%: la normativa, dichiarata “diseconomica” per il comparto fotovoltaico dalla collettività dei votanti, è stata sostituita da un nuovo regolamento, che alza la soglia della redditività catastale tollerata per gli impianti fotovoltaici al 30%, e la potenza degli stessi per uso familiare fino a 7KW, andando così a mantenere gli incentivi previsti per la produzione di energia pulita domestica.
