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Nel futuro dell’economia sostenibile l’Italia sarà protagonista
La propensione allo sviluppo di un’economia sostenibile e le politiche rigorose aiuteranno l’Italia ad essere al centro del futuro sviluppo economico
L’Italia, assieme ad altre tre grandi del mondo - Cina, Stati Uniti e Regno Unito - sembra essere una delle nazioni che potrebbe ottenere i migliori risultati nella transizione all’economia sostenibile nel prossimo futuro, lo hanno annunciato i ricercatori dell’Università di Oxford a seguito di uno studio pubblicato nel portale scientifico Phys.org.
Si tratta di una ricerca unica nel suo genere, in quanto per la prima volta ha classificato le diverse nazioni sulla base delle loro possibilità di produzione sostenibile, indicando così quali sono gli Stati che hanno più possibilità di trainare l’economia green. La quale dovrebbe permettere di fermare il problema del riscaldamento globale e, al contempo, migliorare la qualità della vita, anche per i milioni di persone che ancora vivono in estrema povertà.
Perché uno sviluppo di questo genere sia possibile è necessaria una diffusione consistente di tecnologie ed impianti che consentano di ottenere benefici ambientali importanti, come turbine eoliche, pannelli solari o attrezzature per il monitoraggio dell’inquinamento dell’aria. Pertanto è comprensibile che alcune nazioni avranno maggiore possibilità di successo in questo nuovo modello di sviluppo, mentre altre potrebbero rimanere indietro.
“Mentre il mondo si evolve verso un futuro più verde e sostenibile, diventare produttori ed esportatori di prodotti ecologici diventerà sempre più importante” ha spiegato la Dott.ssa Penny Mealy, autore capo dello studio e ricercatrice alla Smith School of Enterprise and Environment dell’Università di Oxford. “La nostra analisi mette in luce quelle che probabilmente saranno le nazioni che traineranno questo sviluppo ecologico nel 21esimo secolo.”
Per analizzare le possibilità di produzione di beni associati con lo sviluppo sostenibile, i ricercatori hanno realizzato il primo e più ampio database di prodotti green internazionalmente riconosciuto. A ciascuno di questi prodotti è stato associato un valore di complessità che ne identifica il livello di sofisticatezza. A titolo esemplificativo i ricercatori hanno paragonato i telai delle biciclette alle ottiche utilizzate negli impianti a concentrazione solare. Naturalmente ai primi è stato assegnato un punteggio inferiore rispetto alle seconde.
I dati raccolti dagli studiosi hanno permesso di affermare che gli Stati che esportano prodotti più avanzati e complessi tendono a crescere ad un ritmo più serrato.
Sulla base dei dati raccolti in questo database i ricercatori hanno creato un nuovo indicatore, il Green Complexity Index (GCI) – che in italiano potremmo tradurre come indice di complessità verde, che permette di visualizzare graficamente le nazioni che hanno maggiori possibilità di esportare prodotti sostenibili e complessi. È stato rilevato che gli Stati con PIL pro capite elevato, come Germania, Regno Unito e Stati Uniti, tendono ad avere maggiori capacità di produzione di soluzioni green.
Nonostante questa evidente correlazione tra PIL e sostenibilità, alcune nazioni con PIL elevato, in particolare quelle per cui grandi entrate derivano dall’estrazione di materie prime fossili, hanno ottenuto un GCI inferiore: tra queste ci sono l’Australia, la Norvegia e Emirati Arabi Uniti. Ciò può indicare che queste nazioni al momento stanno investendo poco nella produzione di stampo sostenibile, facendo immaginare che il passaggio a questo genere di economia sarà più complicata in futuro.
Ci sono però altre nazioni che hanno situazioni differenti, tra cui l’Italia e la Cina, che hanno ottenuto un GCI elevato. Un Green Complexity Index elevato, tra l’altro, è sinonimo di alti tassi di brevettazione ambietale, ridotte emissioni di CO2 e politiche ambientali più stringenti.
“Le organizzazioni internazionali hanno fatto fatica a creare una lista univoca di prodotti sostenibili” ha spiegato il Dott. Alexander Teytelpoym, autore e ricercatore del Dipartimento di Economia dell’Università di Oxford, “abbiamo reso il nostro database liberamente consultabile, così che i policy makers lo possano usare per capire il potenziale produttivo delle loro soluzioni green e velocizzare la transizione verso un futuro più sostenibile”.
Ma lo sforzo dei ricercatori non si è fermato qui. Hanno anche sviluppato una metodologia che aiuta gli Stati a ri-organizzare le capacità produttive pre-esistenti verso nuove opportunità ecologiche. Per fare ciò sono stati tracciati una serie di prodotti sostenibili che richiedono capacità produttive similari a quelle già utilizzate per prodotti esportati dalle singole Nazioni.
Questo perché è più facile pensare di accrescere la propria competitività per prodotti che richiedono conoscenze, abilità e attrezzature di cui si è già in possesso. Un esempio perfetto di questa teoria arriva dalla Germania, che ha sviluppato la produzione di turbine eoliche dall’esperienza pregressa nella produzione di macchinari ad alta precisione.
“Comprendere le opportunità di export sostenibili è particolarmente utile per fornire informazioni utili alla creazione di strategie industriali green o per lo sviluppo di pacchetti per l’incentivazione della sostenibilità” ha spiegato la Dott.ssa Mealy. “Mentre le forze politiche cercano strumenti di stimolo per l’economia nel mezzo di questa grave pandemia globale, investire nelle capacità di produzione sostenibile delle nazioni potrebbe essere la tanto necessaria possibilità win-win”
Si tratta di una ricerca unica nel suo genere, in quanto per la prima volta ha classificato le diverse nazioni sulla base delle loro possibilità di produzione sostenibile, indicando così quali sono gli Stati che hanno più possibilità di trainare l’economia green. La quale dovrebbe permettere di fermare il problema del riscaldamento globale e, al contempo, migliorare la qualità della vita, anche per i milioni di persone che ancora vivono in estrema povertà.
Perché uno sviluppo di questo genere sia possibile è necessaria una diffusione consistente di tecnologie ed impianti che consentano di ottenere benefici ambientali importanti, come turbine eoliche, pannelli solari o attrezzature per il monitoraggio dell’inquinamento dell’aria. Pertanto è comprensibile che alcune nazioni avranno maggiore possibilità di successo in questo nuovo modello di sviluppo, mentre altre potrebbero rimanere indietro.
“Mentre il mondo si evolve verso un futuro più verde e sostenibile, diventare produttori ed esportatori di prodotti ecologici diventerà sempre più importante” ha spiegato la Dott.ssa Penny Mealy, autore capo dello studio e ricercatrice alla Smith School of Enterprise and Environment dell’Università di Oxford. “La nostra analisi mette in luce quelle che probabilmente saranno le nazioni che traineranno questo sviluppo ecologico nel 21esimo secolo.”
Per analizzare le possibilità di produzione di beni associati con lo sviluppo sostenibile, i ricercatori hanno realizzato il primo e più ampio database di prodotti green internazionalmente riconosciuto. A ciascuno di questi prodotti è stato associato un valore di complessità che ne identifica il livello di sofisticatezza. A titolo esemplificativo i ricercatori hanno paragonato i telai delle biciclette alle ottiche utilizzate negli impianti a concentrazione solare. Naturalmente ai primi è stato assegnato un punteggio inferiore rispetto alle seconde.
I dati raccolti dagli studiosi hanno permesso di affermare che gli Stati che esportano prodotti più avanzati e complessi tendono a crescere ad un ritmo più serrato.
Sulla base dei dati raccolti in questo database i ricercatori hanno creato un nuovo indicatore, il Green Complexity Index (GCI) – che in italiano potremmo tradurre come indice di complessità verde, che permette di visualizzare graficamente le nazioni che hanno maggiori possibilità di esportare prodotti sostenibili e complessi. È stato rilevato che gli Stati con PIL pro capite elevato, come Germania, Regno Unito e Stati Uniti, tendono ad avere maggiori capacità di produzione di soluzioni green.
Nonostante questa evidente correlazione tra PIL e sostenibilità, alcune nazioni con PIL elevato, in particolare quelle per cui grandi entrate derivano dall’estrazione di materie prime fossili, hanno ottenuto un GCI inferiore: tra queste ci sono l’Australia, la Norvegia e Emirati Arabi Uniti. Ciò può indicare che queste nazioni al momento stanno investendo poco nella produzione di stampo sostenibile, facendo immaginare che il passaggio a questo genere di economia sarà più complicata in futuro.
Ci sono però altre nazioni che hanno situazioni differenti, tra cui l’Italia e la Cina, che hanno ottenuto un GCI elevato. Un Green Complexity Index elevato, tra l’altro, è sinonimo di alti tassi di brevettazione ambietale, ridotte emissioni di CO2 e politiche ambientali più stringenti.
“Le organizzazioni internazionali hanno fatto fatica a creare una lista univoca di prodotti sostenibili” ha spiegato il Dott. Alexander Teytelpoym, autore e ricercatore del Dipartimento di Economia dell’Università di Oxford, “abbiamo reso il nostro database liberamente consultabile, così che i policy makers lo possano usare per capire il potenziale produttivo delle loro soluzioni green e velocizzare la transizione verso un futuro più sostenibile”.
Ma lo sforzo dei ricercatori non si è fermato qui. Hanno anche sviluppato una metodologia che aiuta gli Stati a ri-organizzare le capacità produttive pre-esistenti verso nuove opportunità ecologiche. Per fare ciò sono stati tracciati una serie di prodotti sostenibili che richiedono capacità produttive similari a quelle già utilizzate per prodotti esportati dalle singole Nazioni.
Questo perché è più facile pensare di accrescere la propria competitività per prodotti che richiedono conoscenze, abilità e attrezzature di cui si è già in possesso. Un esempio perfetto di questa teoria arriva dalla Germania, che ha sviluppato la produzione di turbine eoliche dall’esperienza pregressa nella produzione di macchinari ad alta precisione.
“Comprendere le opportunità di export sostenibili è particolarmente utile per fornire informazioni utili alla creazione di strategie industriali green o per lo sviluppo di pacchetti per l’incentivazione della sostenibilità” ha spiegato la Dott.ssa Mealy. “Mentre le forze politiche cercano strumenti di stimolo per l’economia nel mezzo di questa grave pandemia globale, investire nelle capacità di produzione sostenibile delle nazioni potrebbe essere la tanto necessaria possibilità win-win”
