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Il settore delle start-up energetiche in Italia: necessari più investimenti e maggiore inclusione

Il rapporto I-Com “Il futuro dell’energia - Innovazione e sostenibilità binari della transizione” mostra l’andamento delle start-up energetiche italiane

Il think tank I- Com, che promuove temi e analisi sulla competitività in chiave innovativa sia in ambito italiano che europeo e internazionale, ha pubblicato il rapporto intitolato “Il futuro dell’energia – Innovazione e sostenibilità binari della transizione”, in cui vengono analizzati diversi temi come i brevetti nel settore energetico ed elettrico, la mobilità sostenibile, l’idrogeno, il digitale e l’energia e le comunità energetiche.

L’ultimo capitolo dell’analisi è dedicato alle start-up in ambito energetico presenti in Italia, le nuove imprese innovative ad alto valore tecnologico che favoriscono l’innovazione, la crescita sostenibile, lo sviluppo della tecnologia e l’occupazione.

Dai dati del rapporto emerge che negli ultimi anni in Italia le start-up hanno continuato a crescere, anche in tempi recenti nonostante la crisi pandemica in corso, anche quelle che svolgono attività nel campo dell’energia. Delle 5.000 start-up individuate nel 2015, quasi il 15% era rappresentato da start-up innovative in ambito energetico, per le quali è stato registrato un tasso di crescita medio annuo pari al 25,4% che, come si è osservato, mentre negli anni precedenti aveva visto forti innalzamenti, negli ultimi anni si sta stabilizzando.

A livello geografico, il nord Italia è la zona in cui è presente il maggior numero di start-up, seguita dal Sud e poi dal Centro; la regione che guida la classifica nazionale è la Lombardia, che conta 3.198 start-up, seguita dal Lazio (1.399), dalla Campania (che con 1.077 è la prima tra le regioni del meridione), e il Veneto (1.008).

Dai dati dell’analisi di I-Com, a marzo 2021 le start-up energetiche in Italia erano complessivamente 1.780, con Lombardia e Campania come poli principali. Osservando i dati delle province, le start-up che operano nel settore dell’energia sono maggiormente presenti nella provincia di Milano (231), a cui seguono Roma (146) e Napoli (119).

Quasi la totalità delle start-up energetiche presenti  in Italia (92,5%) si occupa principalmente di servizi e quindi operano nel terziario, mentre il restante 7,5% lavora nell’ambito dell’industria e dell’artigianato. Più specificatamente, le attività di cui si occupano le start-up dell’energia sono le seguenti:
 
  • ricerca scientifica e sviluppo (1.647 imprese, 93% del totale)
  • fabbricazione di materiali e apparecchiature NCA -non classificabili altrove (62 imprese)
  • iniziative imprenditoriali che si occupano della fabbricazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche (58 imprese, 3,3% del totale)
  • fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi (13 imprese)

Per quanto concerne la dimensione economica, solo il 5,1% delle start-up energetiche italiane ha un capitale maggiore di 250.000 euro; per quanto riguarda i fatturati, le informazioni sono disponibili solo per metà delle imprese contate, quindi i ricercatori dell’I-Com hanno effettuato una stima del valore economico che è possibile associare a questo tipo di attività imprenditoriale. Secondo quanto riportato nel rapporto, le start-up energetiche hanno un impatto economico che va da 210 a 700 milioni di euro, pari a circa il 14% del valore complessivo stimato per tutte le start-up italiane. Anche in questo caso primeggiano le regioni del Nord, che assorbono più della metà dell’impatto totale, mentre il Sud e il Centro si spartiscono la quota rimanente.

Ciò posto, rimane il fatto che la maggior parte delle start-up esistenti ha una dimensione d’impresa molto contenuta e di conseguenza un impatto occupazionale esiguo, che nel caso delle start-up energetiche va da 1.800 a 9.500 posti di lavoro.

Osservando i dati sull’innovazione tecnologica emerge che le start-up energetiche sono le più innovative in assoluto, poiché più del 23% di esse ha prodotto, mediante la propria attività, depositi di brevetti o registrazioni di software. Anche in questo ambito l’incidenza geografica rimane la stessa: il 27% delle start-up del Nord possiede un brevetto o un software registrato, incidenza leggermente inferiore per il Centro (22%) e il Sud Italia (19%), con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna come regioni in pole position.

Per stimolare ulteriormente il settore delle start-up in Italia sarebbero necessarie adottare misure di sostegno che siano in grado di incoraggiare investimenti, sperimentazioni e aperture verso nuovi mercati, coinvolgendo al contempo le categorie più deboli come i giovani, le donne e gli stranieri. Seguendo quest’ottica, il MISE lo scorso maggio ha stanziato 9,5 milioni di euro tramite il piano Smart Money per le start-up che propongono soluzioni innovative, che prevede contributi a fondo perduto per l’80% delle spese sostenute fino ad un massimo di 10.000 euro per l’acquisto di servizi forniti dalla rete di incubatori, acceleratori e altri enti abilitati.
 
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