Focus Dal mondo

05.06.2017
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Accordo di Parigi sul clima e rinuncia degli Stati Uniti: “uscire ora dall’Accordo è legalmente impossibile”

Trattato di Parigi sul clima e uscita degli USA: quali conseguenze? La riflessione di Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.
A pochi giorni dall’annuncio del Presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, sottoscritto nel 2016 dall’allora presidente Obama, Edo Ronchi ha fatto alcune considerazioni sugli scenari futuri a cui questa scelta può dar vita a livello mondiale.
 

I fatti: Trump ritira gli USA dall’accordo di Parigi

Qualche giorno fa il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato al mondo l’intenzione di ritirarsi dall’Accordo sul clima con effetto immediato, mantenendo fede a una delle promesse fatte in campagna elettorale: "Gli Stati Uniti si ritireranno dall'accordo di Parigi, ma avvieranno trattative per rientrare nell'accordo o per farne uno interamente nuovo che abbia i termini giusti per gli Stati Uniti, le aziende, i lavoratori e i contribuenti". Gli accordi, secondo Trump, penalizzano troppo gli USA in favore di altre potenze mondiali come la Cina e precisa che la scelta di uscire dal Trattato è legata alla probabile perdita di molti posti di lavoro “che non possiamo permetterci di perdere".
 

Uscire ora dall’Accordo di Parigi è impossibile

Al momento l’uscita dal Trattato Internazionale siglato a Parigi è legalmente impossibile. L’Accordo infatti, in vigore dal 4 Novembre 2016 grazie al superamento dei due quorum previsti, è stato sottoscritto da 175 Paesi, tra cui gli Stati Uniti appunto, che rappresentano il 55% dei Paesi che insieme contribuiscono al 55% delle emissioni mondiali. Edo Ronchi fa notare che, secondo l’art.28, fino al 4 Novembre 2019 (cioè per i primi tre anni) nessun Paese può decidere di uscirne e, una volta presentata tale notifica, deve comunque passare almeno un altro anno perché possa essere accolta: ciò significa che fino al 4 Novembre 2020 gli Stati firmatari del Trattato restano invariati e Trump dovrà prima essere rieletto per poterne uscire legalmente (le prossime Presidenziali americane si svolgeranno infatti il 3 Novembre 2020).

 

L’Accordo non è ingiusto verso gli USA

Tra le motivazioni depositate in Congresso da Trump c’è anche la convinzione che il Trattato penalizzi troppo gli Stati Uniti in favore di altre potenze economiche come la Cina. Edo Ronchi, basandosi sui dati IEA del 2015, smentisce tale posizione: “Secondo i dati pubblicati da IEA nel 2015, la somma delle emissioni di CO2 del settore energetico dal 1980 al 2014 degli Stati Uniti è stata ben superiore sia alle emissioni della Cina, che a quelle dell’Europa”. L’aumento delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera vede dunque una grossa responsabilità degli USA tanto che, applicando gli impegni dell’Accordo di Parigi sul Clima, al 2030 emetterebbero quasi 11 tonnellate annue di CO2 pro-capite nel settore energetico, quattro in più rispetto alla Cina e ben sette in più rispetto all’Europa.

 

Economia USA: più vantaggi o svantaggi?

Se l’uscita dal Trattato si concretizzasse, secondo la Fondazione i danni economici supererebbero i vantaggi procurati ai sostenitori di tale scelta. Trump infatti, si legge nella nota diffusa da Edo Ronchi sul sito della Fondazione, ha conteggiato solamente i vantaggi del carbone e dell’industria ad alta intensità energetica fossile, senza prendere in considerazione i costi che i cambiamenti climatici impongono sempre di più alle casse statali: i danni conseguenti alla siccità in agricoltura, gli enormi costi assicurativi e di ricostruzione in seguito ai danni gravissimi dovuti all’aumento dell’intensità dei fenomeni atmosferici estremi, nonché i costi sanitari legati alle ondate eccezionali di calore. Inoltre le nuove economie emergenti, legate alla green economy e al low-carbon, stanno portando a sempre più crescenti vantaggi economici e occupazionali.